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LA STORIA - giovedì 19 ottobre 2017 

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[GLI EVENTI BELLICI]

Le stragi nazifasciste


L’occupazione dell’Italia da parte delle truppe naziste e dei reparti militari della Repubblica sociale italiana tra 1943 e 1945, nell’ultima fase della seconda guerra mondiale, ha provocato più di diecimila vittime tra la popolazione civile.
La Toscana, data probabilmente la sua posizione strategica, è stata uno dei territori maggiormente colpiti: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l’aprile e l’agosto del 1944, furono più di 280, i comuni interessati 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500. Dopo lo sfondamento della linea Gustav a Cassino da parte degli alleati e la liberazione di Roma del 4 giugno 1944, infatti, l’esercito tedesco mise in atto una "ritirata aggressiva" che aveva come punto fermo il controllo della zona appenninica tosco-emiliana. Il dominio su questa catena montuosa e sulle vicine aree di rilievo militare divenne nell’estate del 1944 una questione cruciale per completare il ripiegamento verso la linea Gotica.
Tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del 1945 la violenza dei tedeschi contro i civili italiani fece registrare oltre 400 stragi (con un minimo di 8 morti): alla fine, il bilancio fu di circa 15.000 vittime. Una lunga scia di sangue che accompagnò le truppe tedesche nella lentissima ritirata da Sud a Nord. A commettere tali esecuzioni collettive non furono soltanto i nazisti delle SS, ma anche i soldati della Wermacht e della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca. L’opera di questi reparti si dispiegò, principalmente, in prossimità di posizioni che lo stato maggiore tedesco in Italia aveva scelto come linee di arresto della avanzata alleata. E’ accertata anche la partecipazione attiva dei fascisti della Repubblica Sociale, dei “ragazzi di Salò”, la cui complicità alimenta un ricordo lacerante che resiste a ogni tentativo di “pacificazione”.
Alla base delle stragi furono sicuramente almeno cinque ragioni, evidenziate da molti storici: il pregiudizio nei confronti degli italiani, per motivi di carattere razziale o per reazione psicologica al “tradimento” dell’8 settembre; la decisione del comando supremo della Wermacht e di Kesselring di difendere palmo a palmo il territorio italiano; il crescere dell’attività partigiana, sempre più vicina alle popolazioni civili; la volontà di ricorrere a dimostrazioni di forza e di superiorità, legittimata con la serie di misure repressive adottate dalle autorità di occupazione.
Subito dopo l’arrivo delle forze alleate, gli eserciti americano ed inglese raccolsero elementi, grazie alle testimonianze coeve e alla documentazione in loro possesso, per poter imbastire delle istruttorie portanti alla individuazione degli ufficiali e soldati che avevano commesso stragi. Tali istruttorie continuarono per anni, e la mole di documenti, in alcuni casi divenne enorme. Ma dei 400 casi di stragi accertate, solo una decina diedero luogo a un processo, con condanne esemplari come quelle inflitte a Herbert Kappler per le Fosse Ardeatine e Walter Reder per Marzabotto, San Terenzo e Vinca.
Nel gennaio 1960, con un semplice timbro ed attraverso una illegale “archiviazione provvisoria”, il procuratore generale militare, Enrico Santacroce, seppellì 695 fascicoli riguardanti le stragi tedesche in Italia. Le stragi rimasero quasi tutte impunite, tutti i procedimenti furono insabbiati e le 15.000 vittime non ebbero giustizia, nella maggioranza dei casi per ragioni di opportunità politica che affondavano nella Guerra Fredda e nella necessità di riaprire una nuova fase di relazioni internazionali, recuperando i rapporti con la Germania. A rompere, quasi involontariamente quel segreto, dopo sedici anni ininterrotti a capo della Procura generale militare, fu nell’estate 1994 il giudice Antonino Intelisano, che alla ricerca di prove a carico del capitano delle SS Eric Priebke, incriminato per la strage delle Fosse Ardeatine, trovò, in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, sede degli uffici giudiziari militari, un armadio, rinominato l’”Armadio della vergogna”,con i fascicoli sui crimini di guerra commessi dall’occupante tedesco.
Tra il 1994 e il 1996 i singoli fascicoli furono inoltrati alle procure militari competenti. Cominciò una nuova stagione di processi: uno a Roma contro Priebke; due contro Theodor Saevecke (responsabile dell’eccidio di piazzale Loreto a Milano) e Friedrich Engel (capo delle SS a Genova e organizzatore delle stragi in Liguria), condannati all’ergastolo dal Tribunale militare di Torino; infine uno a Verona che si è concluso con la condanna all’ergastolo dell’SS ucraino Michael Seifert, rifugiatosi in Canada dopo aver seviziato e ucciso con il suo camerata Otto Sein decine di prigionieri nel campo di prigionia di Bolzano.
Dopo questi primi processi, nel 2003 è iniziata presso la Procura Militare di La Spezia una nuova fase processuale per le stragi di Sant’Anna di Stazzema, per Farneta (Lucca), Marzabotto e Vallucciole, che ha portato nel corso del 2005 alle sentenze di Sant’Anna di Stazzema e di Farneta.
Uno degli aspetti più controversi della vicenda stragistica, riguarda la memoria che se ne è conservata tra i superstiti e le popolazioni che ne furono vittime. E’ stata chiamata, giustamente, la "memoria divisa", in quanto la responsabilità delle uccisioni viene "divisa" tra tedeschi, autori materiali dei massacri, e partigiani, accusati da molti di essere la causa, con i loro assalti, degli episodi accaduti.
In realtà, come detto, molte stragi non ebbero bisogno, per essere commesse, di grandi azioni partigiane. Spesso bastò la sospetta presenza di bande di combattenti alla macchia, per scatenare la reazione germanica.
Le stragi nazifasciste rientrano certamente in un piano preciso di "guerra ai civili” scatenata dalle forze armate tedesche per terrorizzare con la violenza le popolazioni e rompere qualsiasi sodalizio con il movimento resistenziale. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ogni italiano si era trasformato, per il soldato del Reich, in un traditore, complice dei banditi partigiani e pronto ad assalirlo alle spalle.



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