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LA STORIA - lunedì 18 dicembre 2017 

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[GLI EVENTI BELLICI]

La Resistenza


La Resistenza italiana si inquadrò nel più vasto movimento di opposizione al nazifascismo sviluppatosi in tutta Europa, ma ebbe connotazioni particolari. Nei Paesi sconfitti militarmente e occupati dai nazifascisti (come Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia, Grecia, Jugoslavia, Albania) la Resistenza costituì una seconda fase della guerra che li aveva coinvolti. L’Italia al contrario, sotto la guida dittatoriale del fascismo e sino all’8 settembre 1943 alleata del Reich, aveva partecipato alla guerra di aggressione ed era stata a sua volta potenza occupante.
Qui la Resistenza sorse quando, caduto il regime fascista il 25 luglio 1943 e firmato, dopo irrimediabili rovesci militari, l’armistizio con gli Alleati, le forze politiche democratiche, che si erano ricostituite, chiamarono il popolo a raccolta per cacciare i fascisti e i tedeschi, esprimendo una netta contrapposizione alla politica della viltà e della fuga della monarchia, incarnando la volontà dell’altra Italia, l’Italia del riscatto. Non si trattò dunque, per l’Italia, di continuare una guerra perduta, bensì di cominciare una nuova guerra, una guerra di Liberazione.

Le prime bande partigiane, circa 10mila persone, iniziarono la loro attività contemporaneamente in tutta l’Italia centrale e settentrionale sin dall’autunno del 1943.
Già nei primi giorni dell’occupazione tedesca seguita all’8 settembre, alcuni reparti militari avevano reagito al tentativo di disarmo da parte dei tedeschi. Anche se si trattò di azioni sporadiche, di limitata rilevanza e votate all’insuccesso vista la sproporzione di forze e d’armamento (la più significativa tra di esse avvenne a Roma a Porta San Paolo, ma bisogna ricordare in Toscana soprattutto la Battaglia di Piombino), furono significative d’uno stato d’animo e di una volontà che andavano estendendosi tra la popolazione, man mano che l’esercito tedesco andava ripiegando verso Nord.
Le Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) videro una spontanea rivolta di popolo che con sacrifici ed eroismo ebbe la meglio sulle truppe tedesche e liberò la città prima dell’arrivo delle forze "Alleate". Ma fu in tutto il territorio del Centro-Nord, occupato dai tedeschi, che il movimento di Resistenza si dispiegò vanamente contrastato, con determinazione e ferocia, da nazisti e fascisti. Furono mesi di passione e anche di terrore.

Nella primavera dell’anno successivo le “forze” partigiane diventavano 30mila per essere, all’inizio dell’estate, 70-80mila e raggiungere poi, nei primi mesi del 1945, la cifra di 120-130mila. Attorno ad esse si riunirono forze eterogenee, diverse tra loro per orientamento politico e impostazione ideologica: persone diverse per età, censo, sesso, religione, tra le quali erano personalità di spicco dell’antifascismo, che avevano avversato e combattuto il fascismo durante il ventennio del regime, ma anche militari, che durante la guerra avevano conosciuto dal vivo la rovinosa demagogia del fascismo, giovani che rifiutavano l’arruolamento nelle file del nuovo fascismo repubblicano e che, di fronte alla durezza dell’occupazione tedesca, sceglievano la via dell’opposizione e della lotta.
Si trattò di un fenomeno molto complesso, articolato su diversi livelli, capace di mobilitare intorno a sé un vasto arco di forze politiche, con ideali e aspettative differenti e talvolta contrastanti. Secondo i calcoli il 40-50% dei partigiani apparteneva alle formazioni comuniste (Brigate Garibaldi), un altro 30% era legato al partito d’azione (Brigate di Giustizia e Libertà) ed il resto era diviso tra socialisti e cattolici. C’erano infine le formazioni monarchiche che si dichiaravano apolitiche e facevano riferimento al maresciallo Badoglio.
Talune contrapposizioni iniziali furono tuttavia superate e accantonate nel corso della guerra, per dare spazio, sul piano politico e su quello militare, a larghe intese che consentirono di definire obiettivi comuni, di sviluppare un coordinamento efficace e incisivo e di formare una sorta di esercito, organizzato e strutturato.
I maggiori partiti antifascisti organizzati – Partito comunista, Partito socialista, Democrazia cristiana, Partito d’azione, Partito democratico del lavoro, Partito liberale – costituirono il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) cui venne attribuita la direzione politica e nel seno del quale i comitati militari assunsero la responsabilità dell’organizzazione delle forze che andavano raccogliendosi in città e in montagna.

La guerra partigiana fu lacerante, durissima, frammentaria, resa difficoltosa dalla spontaneità di molte iniziative, dalle condizioni di clandestinità e segretezza in cui si doveva operare, dalle difficoltà dei collegamento e dei contatti, dalla scarsità di mezzi e continuamente segnata da feroci rappresaglie nazi-fasciste. Nella lotta di liberazione caddero oltre 30mila partigiani e 10mila civili inermi. 40mila persone vennero deportate nei campi di sterminio tedeschi, oltre ai 700mila militari italiani internati dopo l’8 settembre perché si rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò.
Ciò malgrado, il movimento di Resistenza si consolidò e si estese, resse alla prova dei tanti arresti, delle torture, delle deportazioni, delle fucilazioni, delle rappresaglie, radicandosi gradualmente sul territorio e trovando consenso e sostegno in gran parte della società civile. La resistenza coinvolse, volente o nolente, tutta la popolazione, impose nuove responsabilità, suscitò solidarietà, costrinse a connivenze, impedì, comunque, ogni neutralità. Certo, con il procedere della lotta armata, con il suo inevitabile seguito di violenze e crudeltà, gli entusiasmi iniziali si ridimensionarono, emersero ostilità e insofferenze nella dura convivenza quotidiana tra partigiani e popolo. Tuttavia fallì il tentativo del fascismo repubblicano di criminalizzare la Resistenza, presentandola alla popolazione come attività delinquenziale di gruppi di ribelli e di banditi da strada. Anche nei settori più indifferenti e amorfi della società, la consapevolezza che i partigiani si battevano contro il vero nemico, il tedesco invasore, ebbe un peso incalcolabile, contro il quale si infranse ogni sforzo propagandistico dei fascisti, bollati con il marchio di traditori.



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