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LA STORIA - sabato 25 marzo 2017 

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[GLI EVENTI BELLICI]

L’occupazione militare nazista


Contemporaneamente i tedeschi articolano il regime di occupazione militare. Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, dirama un’ordinanza in cui dichiara "il territorio dell’Italia a me sottoposto territorio di guerra" e subordina alle sue direttive "le autorità e le organizzazioni civili italiane".
Viene perseguita una politica sistematica di germanizzazione in vista di una futura annessione alla "grande Germania". Le province di Udine, Gorizia e Trieste e quelle di Bolzano, Trento e Belluno sono escluse dall’autorità di Salò e affidate a quelle rispettivamente della Carinzia e del Tirolo: la nascita della Rsi coincide dunque con la cessione di fatto di ampie aree del paese allo straniero.
Il progetto tedesco di "satellizzazione economica e politica" dell’Italia si manifesta fin dai primi giorni che seguono l’armistizio dell’8 settembre, con un Paese assoggettato ad un regime di occupazione non diverso da quello riservato ad altri Paesi europei.
Di questo progetto la Repubblica di Salò costituisce il necessario paravento diplomatico e propagandistico, con una forza militare del tutto subalterna ai tedeschi.

L’obiettivo dell’amministrazione militare tedesca era duplice: da una parte asservire l’economia italiana alle esigenze belliche dell’occupante e dall’altra reclutare manodopera da impiegare al servizio del Reich.
Si trattò di una vera e propria spoliazione sistematica di ogni settore della vita economica del paese.
Le linee direttrici prevedevano il trasferimento delle imprese dell’Italia centromeridionale al nord, per sottrarle all’avanzata delle truppe anglo-americane; il decentramento delle industrie per evitare che la concentrazione favorisse i bombardamenti; la chiusura degli impianti non essenziali agli scopi bellici. La maggior parte di ciò che veniva prodotto,beni di consumo o beni attinenti l’attività bellica (materiali in ferro, prodotti chimici, minerali e tessili), veniva avviata verso la Germania. In totale partirono dall’Italia 321.592 tonnellate di merci, per un valore di circa mezzo miliardo di marchi dell’epoca, più o meno due terzi dell’intera produzione. All’acquisizione di prodotti finiti si aggiungeva poi la requisizione di interi impianti e il loro trasferimento in Germania.
Un ulteriore strumento di assoggettamento economico era rappresentato dalla requisizione di manodopera, che assunse, soprattutto in Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, i caratteri di vere e proprie deportazioni di massa di gran parte della popolazione maschile valida. Disoccupati, operai licenziati, scioperanti, partigiani catturati, civili fermati durante i rastrellamenti, intere classi di precettati, gli stessi detenuti comuni delle carceri, diventarono un serbatoio di forza lavoro da trasferire in Germania al servizio del Reich. Caricati sui vagoni e deportati nei Lager, gli italiani di queste regioni morirono a migliaia, sacrificati al disegno bellico del nazismo. Tuttavia, nonostante l’impegno profuso dai Tedeschi nell’operazione e la brutalità dei sistemi adottati, le truppe di occupazione si trovarono di fronte ad una realtà ostile: la resistenza degli operai, l’atteggiamento protettivo degli industriali, l’incapacità delle autorità fasciste e alle forze armate di portarla a compimento, ma soprattutto la guerra partigiana diventarono ostacoli insormontabili all’operazione di rastrellamento così come prevista dal programma tedesco.



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