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LA MEMORIA - domenica 30 aprile 2017 

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[LA RICERCA DELLA VERITA']

Un lungo silenzio

Per quasi cinquant’anni la memoria delle 560 vittime innocenti di Sant’Anna di Stazzema, tra cui moltissime donne e bambini, è stata dimenticata dal nostro Paese.
Eppure, subito dopo la fine della guerra, giunsero a Sant’Anna diverse Commissioni investigative, prima inglesi, poi americane, infine, prima del processo di Bologna, italiane: le nuove autorità ricostituite (polizia e carabinieri) ascoltarono i superstiti, raccolsero informazioni, stilarono rapporti.
Nelle testimonianze rese vennero narrati i fatti ed identificati anche alcuni soggetti coinvolti nella strage, soprattutto collaborazionisti italiani. Ma tutta questa documentazione probatoria sembrò sparire nel nulla.

I parenti delle vittime ed i superstiti manifestarono apertamente ed in molte sedi (come documentato da una serie di telegrammi inviati all’allora Ministero della Guerra ed alle Corti militari alleate, in cui molti superstiti chiedevano di essere ascoltati come testimoni), il proprio disappunto per la quasi totale assenza delle istituzioni, sia per quanto riguardava il supporto materiale e psicologico ai superstiti, sia per la mancanza di risultati nelle indagini condotte.
Molti chiesero fin da principio l’inclusione dell’eccidio del 12 agosto 1944 tra i capi d’accusa contestati al Feldmaresciallo Kesselring, cosa che non avvenne.

Nel 1948, nell’ambito del processo al gen. Max Simon, comandante della XVI Panzergrenadierdivision SS, tenutosi a Padova da un Tribunale militare inglese, alcuni superstiti dell’eccidio di Sant’Anna furono finalmente ascoltati come testimoni. L’eccidio di S.Anna risultava come uno dei sei capi d’imputazione attribuiti a Simon. Per tale crimine, come per tutti gli altri, il Comandante Simon fu riconosciuto colpevole, e condannato a morte per fucilazione; condanna commutata in ergastolo nel 1948. Simon fu infine graziato.
L’Eccidio di S.Anna fu capo d’imputazione anche nel processo, celebrato nel 1951 presso il Tribunale Militare di Bologna, da Corte militare Italiana contro il Maggiore Walter Reder, Comandante del XVI Gruppo Esplorante SS. A differenza degli altri capi d’accusa a lui imputati (Marzabotto, Bardine - S.Terenzo), per il massacro di S.Anna, Reder fu assolto per “ insufficienza di prove” con sentenza emessa il 31 ottobre 1951.

Da allora, dal 1951, la memoria dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema è caduta in una sorta di oblio. Non si seppe che fine avessero fatto le indagini giudiziarie, Gli esecutori materiali non erano stati individuati: per Sant’Anna sembrava non ci fossero colpevoli.
Il paese era ancora del tutto isolato: non c’era strada, non c’era telefono. Per i pochi rimasti a combattere perché si facesse giustizia, era estremamente difficile farsi ascoltare.

Fino alla prima metà degli anni ’90, nessuno parlò più di Sant’Anna di Stazzema. Le motivazioni sono molte e controverse. Sicuramente ebbero un peso decisivo questioni di diplomazia internazionale nel dopoguerra e il timore dei successivi governi di riaprire ed affrontare con trasparenza una delle pagine più buie della storia del nostro paese.

Le prime informazioni sulle responsabilità dell’eccidio emersero nel 1995 quando, su richiesta ufficiale del Comune di Stazzema e dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, vennero inviati dall’Archivio di Stato americano, i fascicoli (desecretati dopo 50 anni) relativi alle indagini compiute dalle Commissioni Investigative nel periodo immediatamente successivo all’eccidio.



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